Partita iva … mi butto?

Difficile scelta quella che si presenta al webdesigner pronto e diplomato, appena uscito dal corso (professionale, universitario o che sia): ora apro la partita iva oppure cerco un lavoro come dipendente?

Chiedere a me significa essere di parte. O meglio, la mia non è stata proprio una scelta, mi è semplicemente capitato.

Nel 2003, appena uscita dal corso di webdesign c’era una grande offerta di webdesigners, e le webagency ne avevano fin sopra i capelli di leggere curriculum dalla mattina alla sera. Era anche forse un momento in cui il web subiva un momento di stasi: il blog era ancora un vago fantasma in Italia e quasi nessuno conosceva la potenza di comunicazione e pubblicitaria che poteva avere, i siti internet sembravano una cosa da “autodidatta”, per i quali potevi pagare il vicino di casa “smanettone” che ti faceva un sito di qualità e usabilità ovviamente scadenti e che non portava alcuni frutti economici. Al che, sconfortata da queste premesse, ma non pessimista, ho cominciato a farmi i siti per chi me lo chiedeva e ho cercato di farmi pubblicità, con il passaparola.

Piano piano invece poi qualcosa è successo in generale. Ci si è accorti che fare siti è una cosa seria, una cosa che necessità di qualità professionali. Nacque infatti nel 2004 la legge Stanca sull’accessibilità, di cui parleremo in altra sede. Nel frattempo io avevo cominciato a lavorare per una società cliente fissa che mi forniva dei lavori, e in più avevo qualche cliente sporadico portato dalle buone voci amiche. Che fare?

Ho continuato come collaboratrice finchè mi sono decisa ad aprire la partita iva. E ho fatto bene, perchè ora ho una discreta clientela e mi guadagno da vivere.

Ma altrettanti sono stati fortunati in altro senso: proseguendo lo stage iniziato in fase di studio, dopo i primi inizi difficili, per i motivi suddetti, e quindi paghe basse (ma anche io all’inizio ho guadagnato poco), poi hanno preso una posizione di rilevanza nelle rispettive webagency (ma altri no). Chi invece ha deciso di proseguire gli studi diventando un esperto in comunicazione, ma aggiungendo forse poco alla propria professionalità di webdesigner nel senso stretto della parola. E che ora si ritrova al punto di partenza, cioè al 2003.

Ora forse le cose sono un poco migliorate, e secondo me molti di voi potranno trovare un contratto a tempo indeterminato o perlomeno un co.co.pro. più o meno stabile. Ma una buona fetta apre la partita iva per sentirsi più libero e tutelato (?).

Molto sta alla vostra determinazione, se decidete per il secondo passo, e molto nelle vostre capacità di approfondimento e studio. Proseguire “da soli” non sempre è semplice e a volte si rischia di rimanere indietro. C’è bisogno di tanta passione, poichè è molto più difficile conoscere e approfondire nuove tecniche se non si ha vicino qualcuno che ti faccia da tutor.

Io in stage, seppure sia stato breve per motivi di salute, ho imparato molto, e avrei voluto imparare di più, ma mi sono resa conto, nel tempo, che addirittura la web agency dove ho fatto lo stage non utilizzava siti table-less (l’era moderna dei siti) e ancora non li usa!! Per cui sì, ho imparato molto, ma sarei poi rimasta statica nelle mie conoscenze da “dipendente”!!

Da questo punto di vista direi che essere liberi professionisti è molto più stimolante, no? Che ne pensate?

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